IL VECIO, IL BOCIA E IL FRANCO
Una salita un po' precaria
Il nome di questa via parafrasa in modo un poco grottesco il celebre film di Sergio Leone, ma ha un suo perché. Circa un mese dopo l'avventura a Cima alle Coste, mi ritrovo con il Bocia su una paretina dimenticata della Valsugana che definire oscena è essere troppo di manica larga. La parete di Campese è una di quelle classiche fasce rocciose a cui nemmeno il più affamato e disperato alpinista in cerca di qualsiasi cosa sia un'erezione, non carnale, possa spendere più di un'occhiata, senza girarsi altrove schifato. Eppure su questa parete, una volta, c'era una falesia esplorata dal rocciatore locale Rinaldo Mion ancora sul finire del XX secolo, che constava di una manciata di tiri di corda alla ricerca più del pulito che della difficoltà e che venne subito dimenticata.
Nella pratica attuale la falesia consiste in tre settori di cui due sono due pilastri sormontati da macigni di dimensioni ciclopiche e tenuti assieme dalla terra, con sopra una placca levigata a forma di trapezio.
Su questa parete, prima di questa velleitaria apertura, avevo già arrampicato, ripetendo col Bocia una sua recente creazione, un itinerario di arrampicata artificiale che, devo dire, risulta divertente e per nulla banale, una specie di bonsai in cui sbizzarrirsi con l'unica arrampicata sensata che la parete conceda. Confidente nelle buone sensazioni ricevute con l'arrampicata precedente, ritengo fattibile anche una via nuova lungo il pilastro della vecchia falesia, sperando di ricavarne un qualche cosa di sensato.
E' nostra intenzione infatti, aprire un itinerario sul pilastro di sinistra, in apparenza compatto, e descrivere un semicerchio che si ricongiunga alla via già esistente, spingendo in alto le possibilità dell'artificiale. Inizialmente voglio essere ottimista, circa la possibilità di concludere il progetto, ma la vista della fascia rotta superiore mi impensierisce.
Il primo giorno arriviamo di buon mattino alla base della parete e parte il Bocia che comincia subito a dare sfoggio dei suoi nuovi acquisti in fatto di tecnologia, riuscendo a piazzare dopo qualche metro un allumin-head su una piccola sporgenza. Malgrado le apparenze, il minuscolo filo di ferro che lega la testa spalmata al moschettone su cui il mio socio ha appeso la sua stazza regge bene, il che incrementa sicuramente la mia considerazione di questi mezzi dell'intelletto umano. Subito dopo entrano nella roccia un piccolo rivetto e un paio di micro-chiodi prima che l'amico pervenga ad una stretta cengetta dove allestisce la sosta.
Dopo un poco tocca a me, risalgo sul materiale appena piazzato, constatando con mia grande sorpresa che è più precaria la parete che gli ancoraggi in essa affissi, infatti uno dei micro-chiodi piazzati fatico non poco a recuperarlo dalla roccia e mi tocca lasciarlo lì a causa di una leva strana. Poco male, lo recupereremo in discesa.
Raggiunto il partner adesso tocca a me: mi aspetta una bella fessura irregolare che mi da del filo da torcere perché cambia continuamente larghezza: infatti non trovo mai il friend giusto da infilare e ogni volta quello utile risulta già utilizzato. Ad ogni modo noto che la progressione mi trasforma quasi in uomo-macchina, mi estraneo dal mondo e neanche sento lo scorrere del tempo. Osservo che la fessura sarebbe altrettanto fattibile in libera ma ci siamo imposti di progredire con le staffe e così andiamo avanti. Arrivo ad un certo punto in cui la fessura è troppo larga per i friend che abbiamo a disposizione, pertanto mi tocca piantare un rivetto che però trova subito della roccia troppo tenace per la sua fragile anima e così si piega dopo qualche martellata. E vabbè, contribuirà alla sensazione di precario generale. Giunto dopo molti passaggi su friend quasi al termine della crepa, azzardo un passaggio precario incastrando un friend in un buco troppo svasato e mi ci innalzo sopra quando, prevedibilmente, con un colpo secco il dispositivo schizza fuori dal suo alloggiamento lasciandomi in balia della gravità terrestre.
Per fortuna il friend piazzato poco sotto regge ed è in quel momento che mi accorgo con orrore che se fosse saltato, prima di fermarmi, avrei fatto un bel volo. Mi sento come risvegliato da uno stato di trance.
Risalgo alla posizione precedente e mi alzo ancora di più sulla staffa riuscendo a piazzare il friend di prima in una crepa un poco più alta e questa volta regge, permettendomi di uscire sulla cengia dove allestisco io la sosta.
Recupero il Bocia che mi raggiunge con la corda fissa che lasciamo in posizione in attesa di ritornare, questi due tiri corti di corda ci hanno impegnato per tutta la giornata e siamo sfiniti oltre ad essere ormai sul calar della sera.
L'occasione di tornare arriva circa un mese dopo e in breve risaliamo alla sosta in cima al pilastro pronti per proseguire la via e cercare di ricongiungerci a quella già presente.
Riparte il Bocia mentre il lo assicuro e mi tengo pronto per il seguito che richiederà un po' di intuito per passare in mezzo al marasma tutto marcio che seguirà dopo. L'inizio non è male, alcuni passaggi su ganci e un rivetto, poi seguono altri passaggi su ganci e un altro rivetto fino ad un'incavatura dove entra un friend, per fortuna! La traversata continua con altri passaggi su gancio, un altro piccolo dado e un ultimo passaggio su gancio sullo spigolo quando, completamente di sorpresa, il socio esegue una manovra alquanto azzardata con l'ultimo passaggio prima di un bel terrazzo e scivola verso il basso. La situazione potrebbe trasformarsi in tragedia nel giro di un attimo se non fosse che viene trattenuto per un soffio da un gancetto che si incastra su una crosticina rocciosa, spessa abbastanza da impedire una caduta ben più rovinosa. Poco male, abbiamo testato la tenuta dei ganci anche in caso di volo. Il Bocia allestisce la sosta e mi recupera, il traverso mette duramente alla prova i miei nervi e, per lunghezza e pericolosità è un A4 onesto, il magico grado in cui si entra nella realtà parallela dove si diventa coscienti della immensa sciocchezza che si sta andando a fare e la si fa comunque con convinzione.
Una volta raggiunto il compagno, entrambi guardiamo all'insù e vediamo che la condizione della parete è spaventosa: praticamente da questo punto in poi è solo una grossa catasta di sassi che perde completamente di interesse.
Molto a malincuore decidiamo di fermare la via qui, per non rovinare la linea che stavamo tracciando che, seppure corta, resta di serio impegno. Purtroppo è rimasta monca, senza la congiunzione tanto sperata che le avrebbe donato una sua indipendenza e completezza ma questa volta è necessario accontentarsi di quel poco che ci ha offerto questa parete sgarrupata.
La prima difficile placca
Sul secondo tiro della fessura
Il difficile traverso di A4
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