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domenica 26 aprile 2026

MATTI DA LEGARE - Psychiatric Circus al Monte Tormeno

 MATTI DA LEGARE

Psychiatric Circus al Monte Tormeno


Durante il periodo natalizio tra il 2023 e il 2024 capita un momento di alta pressione con vento di scirocco, un periodo insolitamente caldo in cui si può girare in montagna in maglietta e sentirsi addosso il tepore primaverile, malgrado il cielo a tratti coperto. Moreno chiama e io, ovviamente, rispondo all'appello. Non ricordo esattamente come sia nata la cosa ma mi fa la proposta che avrei voluto sentire e io accetto subito.
Arriviamo sotto il Tormeno il 24 Dicembre, la vigilia di Natale: il sito della montagna è di una bellezza incredibile, quasi primordiale nella sua desolazione, ed è molto solitario, infatti per tutto il giorno non incontriamo anima viva, a parte una famigliola di camosci. Ci apprestiamo a ripetere Psychiatric Circus, la via più diretta all'appicco sud-ovest del monte, itinerario che ebbe un gran successo al momento dell'apertura, solo qualche anno addietro, ma che adesso giaceva un poco nel dimenticatoio. Malgrado ciò però sapevamo che il nome Balasso dell'apritore era garanzia di una salita piacevole e di rilassatezza, almeno fino a quando ci abbiamo messo davvero le mani sopra.
Arriviamo alla base della via con tutta calma, la giornata è soleggiata ma insolitamente calda per Dicembre, al punto che si può stare tranquillamente in maglietta; intorno a noi c'è il silenzio più totale dell'inverno.
Parte Moreno lungo una fessura leggermente aggettante, con alcuni passaggi tarzaneschi su delle piante che gli sono cresciute in mezzo e, dopo qualche minuto, lo raggiunge tosto alla stretta sosta alla base di una placca. Gli do il cambio, avventurandomi in traverso a destra lungo la placca. Dopo qualche metro arrivo ad un chiodo, lo rinvio per mettere in tensione la corda e continuare la traversata quando noto che balla un po' troppo per i miei gusti. Provo a dargli un sonoro colpo di martello ma non serve a nulla, il chiodo non vuol saperne di stare in posto, pertanto rinuncio a stare lì ad armeggiarci troppo e lo carico nell'unica direzione in cui sono sicuro che tenga, cioè verso il basso, quindi con un balzo mi porto a destra nel diedro da cui penzola un provvidenziale cordone. Sono un attimo impensierito dalla brutta sorpresa ma, dopo qualche istante in cui tiro il fiato, riprendo la scalata e in breve sono sopra l'ostacolo al misero terrazzo dove posso recuperare Moreno. Quando parte e arriva allo stesso chiodo lo estrae con le mani: era un chiodo molto lungo e pure bello spesso, piantato fino al suo limite, il che ci lascia un poco interdetti. Ci guardiamo per un attimo dritti negli occhi, poi sentiamo un rumore sinistro e in breve capiamo che cosa sta succedendo: la lama che formava la fessura in cui il chiodo era piantato si stava staccando e si trattava di una bestia alta più di 2 metri. Moreno getta il chiodo e si lancia sul rinvio successivo lasciando lì quell'orrore precario e mi raggiunge velocemente. Siamo decisamente perplessi davanti a tale sorpresa ma proseguiamo pensando che sarà un'eccezione (si, come no!). Mi da nuovamente il cambio e riparte per una fessura gialla e impegnativa che porta ad una sosta quasi appesa in piena parete. Tocca a me traversare verso sinistra su una cornice molto stretta e impegnativa e mi sento come se stessi camminando sulle uova, in quanto, dopo l'esperienza toccatami in precedenza sento di non potermi del tutto fidare dei chiodi presenti e della roccia. Il tratto che mi tocca è molto polveroso e devo pulirlo man mano dalla terra che ricopre gli appigli e muovermi con molta circospezione. Quando arrivo in sosta Moreno procede con il contro-traverso a destra successivo portandosi nel cuore degli strapiombi della parete, ancora una volta saggiando bene gli ancoraggi presenti perché non si sa mai, anche se al momento sembra tutto solido. Il sole inonda completamente la parete e c'è una piacevole sensazione di tepore. 
Il tiro chiave della via tocca a me. Mi preparo a partire e guardo che cosa mi aspetta: una sorta di svasatura aggettante che culmina con uno strapiombo arrotondato, tutta mitragliata di chiodi. Comincio a salire con circospezione e riesco ad intuire una serie di movimenti per venire a capo dello strapiombo fino ad un punto in cui non riesco a capire come spostarmi sulla sinistra e finire la lunghezza di corda. Mi rendo conto che non posso provare all'infinito perché siamo a Dicembre e il tempo stringe, così caccio fuori una staffa e salgo sui chiodi gli ultimi metri, prima di ribaltarmi in una stretta nicchia gialla, molto aerea al centro della parete. Recupero Moreno che anche lui non perde troppo tempo a cercare la libera e mi raggiunge cercando di fare in fretta, anche perché il cielo si è rannuvolato velocemente e comincia a tirare un vento poco piacevole. Ho sforzato molto le braccia e devo riposare un poco, quindi dico a Moreno che gli cedo il passo nei due tiri seguenti, mantenendo per me l'ultimo, perché ho un vago presentimento che ci attenda ancora qualche sorpresa, non per nulla nessuno riesce a toglierci dalla testa cosa ci è capitato più in basso. 
Moreno parte lungo una sorta di concrezione con delle clessidre che termina con un tettino; la roccia è marcia e scricchiola in maniera preoccupante ad ogni passo, per di più le protezioni consistono in clessidre formate dalla stessa concrezione. Ci ritorna quindi prepotentemente l'incubo di arrampicare sul precario e sento l'amico rallentare e bestemmiare sempre di più circa la solidità di quello che tira. 
Appena superato il tettino che occlude la nicchia in cui sono, lo vedo sopra di me fermarsi del tutto perché si trova davanti un salto di roccia rotta ed erbosa. La manovra con cui lo supera mi resta ignota ma dalla qualità delle sacramentazioni che pronuncia deduco che deve aver fatto qualcosa di azzardato. Dopo un po' mi giunge il richiamo e salgo staffando la concrezione per non sollecitarla oltre il dovuto e per sveltire la salita così, una volta uscito in aperta parete mi rendo conto che la placca che adduce alla sosta era una bella rogna, in quanto l'unico appiglio buono si muove e bisogna solo tenersi all'erba, inoltre non ci sono chiodi su cui fare affidamento. Arrivo alla sosta e, come da accordi, Moreno parte per il tiro successivo, che inizia con una specie di fessura per poi traversare a sinistra, fatto che si rivela un vero incubo: la roccia sembra compatta ma suona continuamente vuota, come una grancassa e tutti i chiodi sono piantati dentro delle lame precarie e su cui non bisogna assolutamente volare. Moreno avanza e sparisce alla mia vista ma è vicino e lo sento continuamente imprecare fino a quando arriva ad una fessura, completamente schiodata e fortemente aggettante. Il vento aumenta d'intensità e il cielo sopra di noi è sempre più cupo. Spero vivamente che ce la faccia perché in caso contrario sarebbe una bella rogna retrocedere, visti i forti strapiombi passati. Gli attimi diventano interminabili, quasi insopportabili, vedo in alto ricomparire il socio mentre ancora lotta con la fessura centimetro dopo centimetro e per fortuna dico in cuor mio che questo tratto non è toccato a me. Dopo parecchio tempo finalmente mi giunge la voce "sosta" e so che adesso la tribolazione è finita dopo tocca a me lungo la cresta finale dove sono certo che la parete si abbatta, senonché odo una bestemmia più fantasiosa della media provenire dalla direzione del compagno, seguita da un violento battere di acciaio. Solo dopo un po' di tempo mi giunge il richiamo di partire per il tiro. 
Salgo con circospezione, quantunque io proceda da secondo di cordata e traverso a sinistra verso un colatoio. La roccia è ingannevole e ovunque si sente solo il suono sordo di blocchi tenuti insieme dalla terra, quindi tutto quello che si trova è poco affidabile, specie un chiodo con cordino piantato proprio in una concrezione. Quando giungo nel colatoio capisco lo shock che ha vissuto Moreno: una corta fessura strapiombante da proteggere e su cui non si riesce a fare molta forza, che va a sommarsi alle precarie protezioni sottostanti. Salendo riesco a percorrerla in libera con un notevole sforzo e con movimenti che mi richiedono dei ragionamenti. E' un passaggio di forte impegno psicologico. Raggiungo Moreno e guardo la sosta: siamo su un nugolo di chiodi piantati ovunque, non esattamente un belvedere e Moreno mi dice che ha dovuto controllarli tutti perché non erano del tutto affidabili. Mi levo dai piedi in fretta e avanzo lungo la cresta finale, in apparenza solida ma composta di blocchi che devo tenere insieme finché salgo, compresa una clessidra che letteralmente mi resta in mano spostando un sasso. Non mi fermo e passo oltre velocemente. Quando arrivo alla prima robusta pianta è anche finita la corda; poco male, dovrò faticare poco nel recupero e alla fine anche Moreno mi raggiunge. Adesso siamo qui in vetta al Monte Tormeno finalmente fuori da un incubo precario di lame traballanti. 
La sera cala rapidamente ed è ormai buio pesto quando rientriamo alla macchina dopo la giornata appena passata. Solo adesso capisco l'origine del nome: Psychiatric Circus.

Difficile fessura gialla dopo la lama precaria

Il contro-traverso a destra

L'ostica fessura finale

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