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venerdì 1 maggio 2026

GIURO CHE E' L'ULTIMA (ma non è vero)

 GIURO CHE E' L'ULTIMA

Ma non è vero


Il nome di questo ricordo è legato al medesimo nome di una via di Luca Pilati aperta su Cima alle Coste in Valle del Sarca, appellativo scherzoso con cui l'autore intendeva promettere a tutti che quella sarebbe stata la sua ultima apertura, anche se ovviamente non sarebbe stato così.
L'idea di percorrerla è venuta a Bruno dopo aver visto un post dello stesso apritore in cui era tracciato grossolanamente l'itinerario, di tipo sportivo, su una placca decentrata rispetto al famoso anfiteatro di Cima alle Coste, celebre per i suoi itinerari lunghi e imponenti. E' un giorno di Marzo 2023 quando ci lanciamo nell'avventura, quando il clima genera delle illusioni mendaci di tepore primaverile.
Tutto comincia come da consuetudine, ritrovo, trasferimento, avvicinamento allegro e spensierato, con tanto di sudata per il caldo. 
L'inizio della via non è dei più invitanti, una specie di zoccolo terroso che procede a balze verso la parete principale, la quale sormonta un'ampia terrazza erbosa. La giornata è molto soleggiata, posso sentire il calore delle radiazioni solari bruciare la pelle e non si muove una foglia, malgrado sia marzo, comincio a pensare di aver avuto manica troppo stretta con l'acqua. Per l'occasione ho comprato un nuovo paio di pantaloni felpati, essendo i miei classici ormai rattoppati talmente tante di quelle volte da non avere più un lembo di tessuto buono. Comprandomi mi convinco che il loro acquisto sia un affare: pochi soldi, materiale robusto e che può essere sacrificato alla roccia. Il sentimento di essere un buon affarista però va contro la dura e spietata legge della natura, come avrò modo di scoprire nel seguito. 
Già al primo tiro, su una traversata, effettuo un movimento un po' brusco e finisco per ferirmi al polso sinistro su un ramo, aprendomi un lungo squarcio che brucia maledettamente, facendomi lacrimare.
Cerco di tamponare la ferita come posso, dando fondo all'unico pacchetto di fazzoletti che possiedo e proseguo a raggiungere il socio. Ci guardiamo entrambi negli occhi ed è ancora mattina presto; il taglio non sembra granché perché è più simile ad un'escoriazione che ad un'incisione e quindi decidiamo di proseguire. 
Lo zoccolo della montagna passa via senza storia, una filata di corda dopo l'altra in alternanza, fino ad arrivare alla grande terrazza sotto la parete verticale. Siamo tranquilli e ottimisti perché siamo praticamente a metà via ed è ancora presto, del tutto ignari che da qui cominceranno i problemi.
Appena mettiamo le mani sulla seconda parte della via, quasi ad entrare in un modno parallelo, si alza un vento impetuoso: l'Ora del Garda. Inizialmente il vento è caldo e non da poi tanto fastidio ma, appena saliamo sopra il gradone che sormonta lo zoccolo, eccolo farsi intenso e penetrante, al punto da entrare dento i cappotti e distribuire una spiacevole sensazione di umido a tutto il corpo. Guardo il cielo nella speranza di capire se tale condizione è transitoria o si protrarrà a lungo; niente da fare, il cielo è incredibilmente terso, segno che domina l'anticiclone e che quindi il vento è destinato ad aumentare. Per di più scopro in questo momento perché i pantaloni costassero così poco: la felpa è poco spessa e aderisce alla pelle, contribuendo ad esasperare la sensazione di freddo. 
Cedo il passo a Bruno, in quanto mi sento completamente intirizzito e devo dire che anche lui non è da meno, ma almeno è più corazzato del sottoscritto ed ha più sensibilità di me nelle estremità. Sale lungo una specie di lama giallastra da cui pendono dei cordoni che il vento contribuisce a fare oscillare in modo alquanto fastidioso; lo strapiombo da superare è notevole e in condizioni normali sarebbe un signor tiro. Il compagno ci mette parecchio tempo a salire e io continuo a tremare dal freddo. Dopo un tempo indefinibile finalmente egli comincia a recuperarmi e la salita è per me assai penosa, in quanto cominciano a comparirmi i primi crampi del freddo e cerco di darmi da fare per riuscire in qualche modo a scaldarmi.
Quando lo raggiungo alla sosta il vento raggiunge l'apice della sua furia tanto che dobbiamo tenere le corde strette e allentarle il minimo indispensabile per non lasciarle in balia del vento, col rischio che si ingarbuglino in modo serio; dobbiamo urlarci a squarciagola per comunicare anche da vicini e siamo entrambi tremanti di freddo; per fortuna che Arco è famosa per il suo clima mite nella stagione invernale! I miei pantaloni non valgono nulla, è come essere in mutande e sono costretto a lottare col freddo cercando di muovermi e di assumere una posizione rannicchiata, lasciando l'incomodo di tirare la via al compagno, che in questo momento arrampica per scaldarsi. Va detto che, se io ho sbagliato vestiario, anche lui non ha abbondato con gli strati di vestiti.
Alla nostra precaria situazione si aggiunge un passaggio abbastanza ostico lungo una crepa con un lungo traverso a sinistra su placche lisce, che effettuiamo con grande sofferenza. La sosta è appesa ad un alberello in piena placca sotto l'imperversare del vento che oggi ha proprio deciso di rendere il nostro svago una dura espiazione. La situazione raggiunge livelli drammatici: se non fosse che tornare indietro fosse più difficile che tentare di uscire, saremmo già scappati via. Purtroppo ci tocca resistere, ma arrampichiamo per sopravvivere col rischio di volare ad ogni passo.
Il momento più difficile arriva ormai prossimi all'uscita: Bruno traversa a sinistra, lungo una placca levigata come uno specchio e comincia a risalire su dei gradoni quando si blocca improvvisamente perché si ritrova sotto uno strapiombo compatto e con il prossimo chiodo alto, completamente intirizzito dal freddo. Lo sprono per quello che posso a proseguire, anche perché nelle mie condizioni non riuscirei di certo a combinare qualcosa di meglio. Dopo una pausa esasperante, finalmente il socio fa una delle sue magie e riesce a passare oltre, uscendo su una cengetta un po' riparata dove, miracolosamente, possiamo finalmente riunirci un poco riparati dal vento e scaldarci quel che basta da recuperare un poco le forze. Purtroppo il sole sta abbassandosi inesorabile sull'orizzonte e occorre finire la via a tutti i costi, senza ulteriori indugi, perciò ci tocca stringere i denti. 
L'ultima balza è un supplizio per entrambi ma finalmente mettiamo i piedi sul pianoro sommitale, bestemmianti a causa dei crampi e dei dolori del freddo. Appena usciti in cima, il vento miracolosamente cessa e ci regala finalmente un po' di tregua per respirare e recuperare le forze, prima di avviarci come zombie verso la discesa.


Giuro che è l'ultima tiro chiave
Il passaggio del grande strapiombo

traverso di giuro che è l'ultima
La drammatica traversata in placca

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