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domenica 10 maggio 2026

IL VECIO, IL BOCIA E IL FRANCO - Una salita un po' precaria

 IL VECIO, IL BOCIA E IL FRANCO

Una salita un po' precaria


Il nome di questa via parafrasa in modo un poco grottesco il celebre film di Sergio Leone, ma ha un suo perché. Circa un mese dopo l'avventura a Cima alle Coste, mi ritrovo con il Bocia su una paretina dimenticata della Valsugana che definire oscena è essere troppo di manica larga. La parete di Campese è una di quelle classiche fasce rocciose a cui nemmeno il più affamato e disperato alpinista in cerca di qualsiasi cosa sia un'erezione, non carnale, possa spendere più di un'occhiata, senza girarsi altrove schifato. Eppure su questa parete, una volta, c'era una falesia esplorata dal rocciatore locale Rinaldo Mion ancora sul finire del XX secolo, che constava di una manciata di tiri di corda alla ricerca più del pulito che della difficoltà e che venne subito dimenticata. 
Nella pratica attuale la falesia consiste in tre settori di cui due sono due pilastri sormontati da macigni di dimensioni ciclopiche e tenuti assieme dalla terra, con sopra una placca levigata a forma di trapezio. 
Su questa parete, prima di questa velleitaria apertura, avevo già arrampicato, ripetendo col Bocia una sua recente creazione, un itinerario di arrampicata artificiale che, devo dire, risulta divertente e per nulla banale, una specie di bonsai in cui sbizzarrirsi con l'unica arrampicata sensata che la parete conceda. Confidente nelle buone sensazioni ricevute con l'arrampicata precedente, ritengo fattibile anche una via nuova lungo il pilastro della vecchia falesia, sperando di ricavarne un qualche cosa di sensato.
E' nostra intenzione infatti, aprire un itinerario sul pilastro di sinistra, in apparenza compatto, e descrivere un semicerchio che si ricongiunga alla via già esistente, spingendo in alto le possibilità dell'artificiale. Inizialmente voglio essere ottimista, circa la possibilità di concludere il progetto, ma la vista della fascia rotta superiore mi impensierisce.
Il primo giorno arriviamo di buon mattino alla base della parete e parte il Bocia che comincia subito a dare sfoggio dei suoi nuovi acquisti in fatto di tecnologia, riuscendo a piazzare dopo qualche metro un allumin-head su una piccola sporgenza. Malgrado le apparenze, il minuscolo filo di ferro che lega la testa spalmata al moschettone su cui il mio socio ha appeso la sua stazza regge bene, il che incrementa sicuramente la mia considerazione di questi mezzi dell'intelletto umano. Subito dopo entrano nella roccia un piccolo rivetto e un paio di micro-chiodi prima che l'amico pervenga ad una stretta cengetta dove allestisce la sosta. 
Dopo un poco tocca a me, risalgo sul materiale appena piazzato, constatando con mia grande sorpresa che è più precaria la parete che gli ancoraggi in essa affissi, infatti uno dei micro-chiodi piazzati fatico non poco a recuperarlo dalla roccia e mi tocca lasciarlo lì a causa di una leva strana. Poco male, lo recupereremo in discesa. 
Raggiunto il partner adesso tocca a me: mi aspetta una bella fessura irregolare che mi da del filo da torcere perché cambia continuamente larghezza: infatti non trovo mai il friend giusto da infilare e ogni volta quello utile risulta già utilizzato. Ad ogni modo noto che la progressione mi trasforma quasi in uomo-macchina, mi estraneo dal mondo e neanche sento lo scorrere del tempo. Osservo che la fessura sarebbe altrettanto fattibile in libera ma ci siamo imposti di progredire con le staffe e così andiamo avanti. Arrivo ad un certo punto in cui la fessura è troppo larga per i friend che abbiamo a disposizione, pertanto mi tocca piantare un rivetto che però trova subito della roccia troppo tenace per la sua fragile anima e così si piega dopo qualche martellata. E vabbè, contribuirà alla sensazione di precario generale. Giunto dopo molti passaggi su friend quasi al termine della crepa, azzardo un passaggio precario incastrando un friend in un buco troppo svasato e mi ci innalzo sopra quando, prevedibilmente, con un colpo secco il dispositivo schizza fuori dal suo alloggiamento lasciandomi in balia della gravità terrestre. 
Per fortuna il friend piazzato poco sotto regge ed è in quel momento che mi accorgo con orrore che se fosse saltato, prima di fermarmi, avrei fatto un bel volo. Mi sento come risvegliato da uno stato di trance.
Risalgo alla posizione precedente e mi alzo ancora di più sulla staffa riuscendo a piazzare il friend di prima in una crepa un poco più alta e questa volta regge, permettendomi di uscire sulla cengia dove allestisco io la sosta.
Recupero il Bocia che mi raggiunge con la corda fissa che lasciamo in posizione in attesa di ritornare, questi due tiri corti di corda ci hanno impegnato per tutta la giornata e siamo sfiniti oltre ad essere ormai sul calar della sera.
L'occasione di tornare arriva circa un mese dopo e in breve risaliamo alla sosta in cima al pilastro pronti per proseguire la via e cercare di ricongiungerci a quella già presente.
Riparte il Bocia mentre il lo assicuro e mi tengo pronto per il seguito che richiederà un po' di intuito per passare in mezzo al marasma tutto marcio che seguirà dopo. L'inizio non è male, alcuni passaggi su ganci e un rivetto, poi seguono altri passaggi su ganci e un altro rivetto fino ad un'incavatura dove entra un friend, per fortuna! La traversata continua con altri passaggi su gancio, un altro piccolo dado e un ultimo passaggio su gancio sullo spigolo quando, completamente di sorpresa, il socio esegue una manovra alquanto azzardata con l'ultimo passaggio prima di un bel terrazzo e scivola verso il basso. La situazione potrebbe trasformarsi in tragedia nel giro di un attimo se non fosse che viene trattenuto per un soffio da un gancetto che si incastra su una crosticina rocciosa, spessa abbastanza da impedire una caduta ben più rovinosa. Poco male, abbiamo testato la tenuta dei ganci anche in caso di volo. Il Bocia allestisce la sosta e mi recupera, il traverso mette duramente alla prova i miei nervi e, per lunghezza e pericolosità è un A4 onesto, il magico grado in cui si entra nella realtà parallela dove si diventa coscienti della immensa sciocchezza che si sta andando a fare e la si fa comunque con convinzione.
Una volta raggiunto il compagno, entrambi guardiamo all'insù e vediamo che la condizione della parete è spaventosa: praticamente da questo punto in poi è solo una grossa catasta di sassi che perde completamente di interesse.
Molto a malincuore decidiamo di fermare la via qui, per non rovinare la linea che stavamo tracciando che, seppure corta, resta di serio impegno. Purtroppo è rimasta monca, senza la congiunzione tanto sperata che le avrebbe donato una sua indipendenza e completezza ma questa volta è necessario accontentarsi di quel poco che ci ha offerto questa parete sgarrupata.

Vecio Bocia e Franco tiro 1
La prima difficile placca

vecio bocia e franco tiro 2
Sul secondo tiro della fessura

vecio bocia e franco tiro 3
Il difficile traverso di A4


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venerdì 1 maggio 2026

GIURO CHE E' L'ULTIMA (ma non è vero)

 GIURO CHE E' L'ULTIMA

Ma non è vero


Il nome di questo ricordo è legato al medesimo nome di una via di Luca Pilati aperta su Cima alle Coste in Valle del Sarca, appellativo scherzoso con cui l'autore intendeva promettere a tutti che quella sarebbe stata la sua ultima apertura, anche se ovviamente non sarebbe stato così.
L'idea di percorrerla è venuta a Bruno dopo aver visto un post dello stesso apritore in cui era tracciato grossolanamente l'itinerario, di tipo sportivo, su una placca decentrata rispetto al famoso anfiteatro di Cima alle Coste, celebre per i suoi itinerari lunghi e imponenti. E' un giorno di Marzo 2023 quando ci lanciamo nell'avventura, quando il clima genera delle illusioni mendaci di tepore primaverile.
Tutto comincia come da consuetudine, ritrovo, trasferimento, avvicinamento allegro e spensierato, con tanto di sudata per il caldo. 
L'inizio della via non è dei più invitanti, una specie di zoccolo terroso che procede a balze verso la parete principale, la quale sormonta un'ampia terrazza erbosa. La giornata è molto soleggiata, posso sentire il calore delle radiazioni solari bruciare la pelle e non si muove una foglia, malgrado sia marzo, comincio a pensare di aver avuto manica troppo stretta con l'acqua. Per l'occasione ho comprato un nuovo paio di pantaloni felpati, essendo i miei classici ormai rattoppati talmente tante di quelle volte da non avere più un lembo di tessuto buono. Comprandomi mi convinco che il loro acquisto sia un affare: pochi soldi, materiale robusto e che può essere sacrificato alla roccia. Il sentimento di essere un buon affarista però va contro la dura e spietata legge della natura, come avrò modo di scoprire nel seguito. 
Già al primo tiro, su una traversata, effettuo un movimento un po' brusco e finisco per ferirmi al polso sinistro su un ramo, aprendomi un lungo squarcio che brucia maledettamente, facendomi lacrimare.
Cerco di tamponare la ferita come posso, dando fondo all'unico pacchetto di fazzoletti che possiedo e proseguo a raggiungere il socio. Ci guardiamo entrambi negli occhi ed è ancora mattina presto; il taglio non sembra granché perché è più simile ad un'escoriazione che ad un'incisione e quindi decidiamo di proseguire. 
Lo zoccolo della montagna passa via senza storia, una filata di corda dopo l'altra in alternanza, fino ad arrivare alla grande terrazza sotto la parete verticale. Siamo tranquilli e ottimisti perché siamo praticamente a metà via ed è ancora presto, del tutto ignari che da qui cominceranno i problemi.
Appena mettiamo le mani sulla seconda parte della via, quasi ad entrare in un modno parallelo, si alza un vento impetuoso: l'Ora del Garda. Inizialmente il vento è caldo e non da poi tanto fastidio ma, appena saliamo sopra il gradone che sormonta lo zoccolo, eccolo farsi intenso e penetrante, al punto da entrare dento i cappotti e distribuire una spiacevole sensazione di umido a tutto il corpo. Guardo il cielo nella speranza di capire se tale condizione è transitoria o si protrarrà a lungo; niente da fare, il cielo è incredibilmente terso, segno che domina l'anticiclone e che quindi il vento è destinato ad aumentare. Per di più scopro in questo momento perché i pantaloni costassero così poco: la felpa è poco spessa e aderisce alla pelle, contribuendo ad esasperare la sensazione di freddo. 
Cedo il passo a Bruno, in quanto mi sento completamente intirizzito e devo dire che anche lui non è da meno, ma almeno è più corazzato del sottoscritto ed ha più sensibilità di me nelle estremità. Sale lungo una specie di lama giallastra da cui pendono dei cordoni che il vento contribuisce a fare oscillare in modo alquanto fastidioso; lo strapiombo da superare è notevole e in condizioni normali sarebbe un signor tiro. Il compagno ci mette parecchio tempo a salire e io continuo a tremare dal freddo. Dopo un tempo indefinibile finalmente egli comincia a recuperarmi e la salita è per me assai penosa, in quanto cominciano a comparirmi i primi crampi del freddo e cerco di darmi da fare per riuscire in qualche modo a scaldarmi.
Quando lo raggiungo alla sosta il vento raggiunge l'apice della sua furia tanto che dobbiamo tenere le corde strette e allentarle il minimo indispensabile per non lasciarle in balia del vento, col rischio che si ingarbuglino in modo serio; dobbiamo urlarci a squarciagola per comunicare anche da vicini e siamo entrambi tremanti di freddo; per fortuna che Arco è famosa per il suo clima mite nella stagione invernale! I miei pantaloni non valgono nulla, è come essere in mutande e sono costretto a lottare col freddo cercando di muovermi e di assumere una posizione rannicchiata, lasciando l'incomodo di tirare la via al compagno, che in questo momento arrampica per scaldarsi. Va detto che, se io ho sbagliato vestiario, anche lui non ha abbondato con gli strati di vestiti.
Alla nostra precaria situazione si aggiunge un passaggio abbastanza ostico lungo una crepa con un lungo traverso a sinistra su placche lisce, che effettuiamo con grande sofferenza. La sosta è appesa ad un alberello in piena placca sotto l'imperversare del vento che oggi ha proprio deciso di rendere il nostro svago una dura espiazione. La situazione raggiunge livelli drammatici: se non fosse che tornare indietro fosse più difficile che tentare di uscire, saremmo già scappati via. Purtroppo ci tocca resistere, ma arrampichiamo per sopravvivere col rischio di volare ad ogni passo.
Il momento più difficile arriva ormai prossimi all'uscita: Bruno traversa a sinistra, lungo una placca levigata come uno specchio e comincia a risalire su dei gradoni quando si blocca improvvisamente perché si ritrova sotto uno strapiombo compatto e con il prossimo chiodo alto, completamente intirizzito dal freddo. Lo sprono per quello che posso a proseguire, anche perché nelle mie condizioni non riuscirei di certo a combinare qualcosa di meglio. Dopo una pausa esasperante, finalmente il socio fa una delle sue magie e riesce a passare oltre, uscendo su una cengetta un po' riparata dove, miracolosamente, possiamo finalmente riunirci un poco riparati dal vento e scaldarci quel che basta da recuperare un poco le forze. Purtroppo il sole sta abbassandosi inesorabile sull'orizzonte e occorre finire la via a tutti i costi, senza ulteriori indugi, perciò ci tocca stringere i denti. 
L'ultima balza è un supplizio per entrambi ma finalmente mettiamo i piedi sul pianoro sommitale, bestemmianti a causa dei crampi e dei dolori del freddo. Appena usciti in cima, il vento miracolosamente cessa e ci regala finalmente un po' di tregua per respirare e recuperare le forze, prima di avviarci come zombie verso la discesa.


Giuro che è l'ultima tiro chiave
Il passaggio del grande strapiombo

traverso di giuro che è l'ultima
La drammatica traversata in placca

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IL VECIO, IL BOCIA E IL FRANCO - Una salita un po' precaria

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