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venerdì 1 maggio 2026

GIURO CHE E' L'ULTIMA (ma non è vero)

 GIURO CHE E' L'ULTIMA

Ma non è vero


Il nome di questo ricordo è legato al medesimo nome di una via di Luca Pilati aperta su Cima alle Coste in Valle del Sarca, appellativo scherzoso con cui l'autore intendeva promettere a tutti che quella sarebbe stata la sua ultima apertura, anche se ovviamente non sarebbe stato così.
L'idea di percorrerla è venuta a Bruno dopo aver visto un post dello stesso apritore in cui era tracciato grossolanamente l'itinerario, di tipo sportivo, su una placca decentrata rispetto al famoso anfiteatro di Cima alle Coste, celebre per i suoi itinerari lunghi e imponenti. E' un giorno di Marzo 2023 quando ci lanciamo nell'avventura, quando il clima genera delle illusioni mendaci di tepore primaverile.
Tutto comincia come da consuetudine, ritrovo, trasferimento, avvicinamento allegro e spensierato, con tanto di sudata per il caldo. 
L'inizio della via non è dei più invitanti, una specie di zoccolo terroso che procede a balze verso la parete principale, la quale sormonta un'ampia terrazza erbosa. La giornata è molto soleggiata, posso sentire il calore delle radiazioni solari bruciare la pelle e non si muove una foglia, malgrado sia marzo, comincio a pensare di aver avuto manica troppo stretta con l'acqua. Per l'occasione ho comprato un nuovo paio di pantaloni felpati, essendo i miei classici ormai rattoppati talmente tante di quelle volte da non avere più un lembo di tessuto buono. Comprandomi mi convinco che il loro acquisto sia un affare: pochi soldi, materiale robusto e che può essere sacrificato alla roccia. Il sentimento di essere un buon affarista però va contro la dura e spietata legge della natura, come avrò modo di scoprire nel seguito. 
Già al primo tiro, su una traversata, effettuo un movimento un po' brusco e finisco per ferirmi al polso sinistro su un ramo, aprendomi un lungo squarcio che brucia maledettamente, facendomi lacrimare.
Cerco di tamponare la ferita come posso, dando fondo all'unico pacchetto di fazzoletti che possiedo e proseguo a raggiungere il socio. Ci guardiamo entrambi negli occhi ed è ancora mattina presto; il taglio non sembra granché perché è più simile ad un'escoriazione che ad un'incisione e quindi decidiamo di proseguire. 
Lo zoccolo della montagna passa via senza storia, una filata di corda dopo l'altra in alternanza, fino ad arrivare alla grande terrazza sotto la parete verticale. Siamo tranquilli e ottimisti perché siamo praticamente a metà via ed è ancora presto, del tutto ignari che da qui cominceranno i problemi.
Appena mettiamo le mani sulla seconda parte della via, quasi ad entrare in un modno parallelo, si alza un vento impetuoso: l'Ora del Garda. Inizialmente il vento è caldo e non da poi tanto fastidio ma, appena saliamo sopra il gradone che sormonta lo zoccolo, eccolo farsi intenso e penetrante, al punto da entrare dento i cappotti e distribuire una spiacevole sensazione di umido a tutto il corpo. Guardo il cielo nella speranza di capire se tale condizione è transitoria o si protrarrà a lungo; niente da fare, il cielo è incredibilmente terso, segno che domina l'anticiclone e che quindi il vento è destinato ad aumentare. Per di più scopro in questo momento perché i pantaloni costassero così poco: la felpa è poco spessa e aderisce alla pelle, contribuendo ad esasperare la sensazione di freddo. 
Cedo il passo a Bruno, in quanto mi sento completamente intirizzito e devo dire che anche lui non è da meno, ma almeno è più corazzato del sottoscritto ed ha più sensibilità di me nelle estremità. Sale lungo una specie di lama giallastra da cui pendono dei cordoni che il vento contribuisce a fare oscillare in modo alquanto fastidioso; lo strapiombo da superare è notevole e in condizioni normali sarebbe un signor tiro. Il compagno ci mette parecchio tempo a salire e io continuo a tremare dal freddo. Dopo un tempo indefinibile finalmente egli comincia a recuperarmi e la salita è per me assai penosa, in quanto cominciano a comparirmi i primi crampi del freddo e cerco di darmi da fare per riuscire in qualche modo a scaldarmi.
Quando lo raggiungo alla sosta il vento raggiunge l'apice della sua furia tanto che dobbiamo tenere le corde strette e allentarle il minimo indispensabile per non lasciarle in balia del vento, col rischio che si ingarbuglino in modo serio; dobbiamo urlarci a squarciagola per comunicare anche da vicini e siamo entrambi tremanti di freddo; per fortuna che Arco è famosa per il suo clima mite nella stagione invernale! I miei pantaloni non valgono nulla, è come essere in mutande e sono costretto a lottare col freddo cercando di muovermi e di assumere una posizione rannicchiata, lasciando l'incomodo di tirare la via al compagno, che in questo momento arrampica per scaldarsi. Va detto che, se io ho sbagliato vestiario, anche lui non ha abbondato con gli strati di vestiti.
Alla nostra precaria situazione si aggiunge un passaggio abbastanza ostico lungo una crepa con un lungo traverso a sinistra su placche lisce, che effettuiamo con grande sofferenza. La sosta è appesa ad un alberello in piena placca sotto l'imperversare del vento che oggi ha proprio deciso di rendere il nostro svago una dura espiazione. La situazione raggiunge livelli drammatici: se non fosse che tornare indietro fosse più difficile che tentare di uscire, saremmo già scappati via. Purtroppo ci tocca resistere, ma arrampichiamo per sopravvivere col rischio di volare ad ogni passo.
Il momento più difficile arriva ormai prossimi all'uscita: Bruno traversa a sinistra, lungo una placca levigata come uno specchio e comincia a risalire su dei gradoni quando si blocca improvvisamente perché si ritrova sotto uno strapiombo compatto e con il prossimo chiodo alto, completamente intirizzito dal freddo. Lo sprono per quello che posso a proseguire, anche perché nelle mie condizioni non riuscirei di certo a combinare qualcosa di meglio. Dopo una pausa esasperante, finalmente il socio fa una delle sue magie e riesce a passare oltre, uscendo su una cengetta un po' riparata dove, miracolosamente, possiamo finalmente riunirci un poco riparati dal vento e scaldarci quel che basta da recuperare un poco le forze. Purtroppo il sole sta abbassandosi inesorabile sull'orizzonte e occorre finire la via a tutti i costi, senza ulteriori indugi, perciò ci tocca stringere i denti. 
L'ultima balza è un supplizio per entrambi ma finalmente mettiamo i piedi sul pianoro sommitale, bestemmianti a causa dei crampi e dei dolori del freddo. Appena usciti in cima, il vento miracolosamente cessa e ci regala finalmente un po' di tregua per respirare e recuperare le forze, prima di avviarci come zombie verso la discesa.


Giuro che è l'ultima tiro chiave
Il passaggio del grande strapiombo

traverso di giuro che è l'ultima
La drammatica traversata in placca

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domenica 26 aprile 2026

MATTI DA LEGARE - Psychiatric Circus al Monte Tormeno

 MATTI DA LEGARE

Psychiatric Circus al Monte Tormeno


Durante il periodo natalizio tra il 2023 e il 2024 capita un momento di alta pressione con vento di scirocco, un periodo insolitamente caldo in cui si può girare in montagna in maglietta e sentirsi addosso il tepore primaverile, malgrado il cielo a tratti coperto. Moreno chiama e io, ovviamente, rispondo all'appello. Non ricordo esattamente come sia nata la cosa ma mi fa la proposta che avrei voluto sentire e io accetto subito.
Arriviamo sotto il Tormeno il 24 Dicembre, la vigilia di Natale: il sito della montagna è di una bellezza incredibile, quasi primordiale nella sua desolazione, ed è molto solitario, infatti per tutto il giorno non incontriamo anima viva, a parte una famigliola di camosci. Ci apprestiamo a ripetere Psychiatric Circus, la via più diretta all'appicco sud-ovest del monte, itinerario che ebbe un gran successo al momento dell'apertura, solo qualche anno addietro, ma che adesso giaceva un poco nel dimenticatoio. Malgrado ciò però sapevamo che il nome Balasso dell'apritore era garanzia di una salita piacevole e di rilassatezza, almeno fino a quando ci abbiamo messo davvero le mani sopra.
Arriviamo alla base della via con tutta calma, la giornata è soleggiata ma insolitamente calda per Dicembre, al punto che si può stare tranquillamente in maglietta; intorno a noi c'è il silenzio più totale dell'inverno.
Parte Moreno lungo una fessura leggermente aggettante, con alcuni passaggi tarzaneschi su delle piante che gli sono cresciute in mezzo e, dopo qualche minuto, lo raggiunge tosto alla stretta sosta alla base di una placca. Gli do il cambio, avventurandomi in traverso a destra lungo la placca. Dopo qualche metro arrivo ad un chiodo, lo rinvio per mettere in tensione la corda e continuare la traversata quando noto che balla un po' troppo per i miei gusti. Provo a dargli un sonoro colpo di martello ma non serve a nulla, il chiodo non vuol saperne di stare in posto, pertanto rinuncio a stare lì ad armeggiarci troppo e lo carico nell'unica direzione in cui sono sicuro che tenga, cioè verso il basso, quindi con un balzo mi porto a destra nel diedro da cui penzola un provvidenziale cordone. Sono un attimo impensierito dalla brutta sorpresa ma, dopo qualche istante in cui tiro il fiato, riprendo la scalata e in breve sono sopra l'ostacolo al misero terrazzo dove posso recuperare Moreno. Quando parte e arriva allo stesso chiodo lo estrae con le mani: era un chiodo molto lungo e pure bello spesso, piantato fino al suo limite, il che ci lascia un poco interdetti. Ci guardiamo per un attimo dritti negli occhi, poi sentiamo un rumore sinistro e in breve capiamo che cosa sta succedendo: la lama che formava la fessura in cui il chiodo era piantato si stava staccando e si trattava di una bestia alta più di 2 metri. Moreno getta il chiodo e si lancia sul rinvio successivo lasciando lì quell'orrore precario e mi raggiunge velocemente. Siamo decisamente perplessi davanti a tale sorpresa ma proseguiamo pensando che sarà un'eccezione (si, come no!). Mi da nuovamente il cambio e riparte per una fessura gialla e impegnativa che porta ad una sosta quasi appesa in piena parete. Tocca a me traversare verso sinistra su una cornice molto stretta e impegnativa e mi sento come se stessi camminando sulle uova, in quanto, dopo l'esperienza toccatami in precedenza sento di non potermi del tutto fidare dei chiodi presenti e della roccia. Il tratto che mi tocca è molto polveroso e devo pulirlo man mano dalla terra che ricopre gli appigli e muovermi con molta circospezione. Quando arrivo in sosta Moreno procede con il contro-traverso a destra successivo portandosi nel cuore degli strapiombi della parete, ancora una volta saggiando bene gli ancoraggi presenti perché non si sa mai, anche se al momento sembra tutto solido. Il sole inonda completamente la parete e c'è una piacevole sensazione di tepore. 
Il tiro chiave della via tocca a me. Mi preparo a partire e guardo che cosa mi aspetta: una sorta di svasatura aggettante che culmina con uno strapiombo arrotondato, tutta mitragliata di chiodi. Comincio a salire con circospezione e riesco ad intuire una serie di movimenti per venire a capo dello strapiombo fino ad un punto in cui non riesco a capire come spostarmi sulla sinistra e finire la lunghezza di corda. Mi rendo conto che non posso provare all'infinito perché siamo a Dicembre e il tempo stringe, così caccio fuori una staffa e salgo sui chiodi gli ultimi metri, prima di ribaltarmi in una stretta nicchia gialla, molto aerea al centro della parete. Recupero Moreno che anche lui non perde troppo tempo a cercare la libera e mi raggiunge cercando di fare in fretta, anche perché il cielo si è rannuvolato velocemente e comincia a tirare un vento poco piacevole. Ho sforzato molto le braccia e devo riposare un poco, quindi dico a Moreno che gli cedo il passo nei due tiri seguenti, mantenendo per me l'ultimo, perché ho un vago presentimento che ci attenda ancora qualche sorpresa, non per nulla nessuno riesce a toglierci dalla testa cosa ci è capitato più in basso. 
Moreno parte lungo una sorta di concrezione con delle clessidre che termina con un tettino; la roccia è marcia e scricchiola in maniera preoccupante ad ogni passo, per di più le protezioni consistono in clessidre formate dalla stessa concrezione. Ci ritorna quindi prepotentemente l'incubo di arrampicare sul precario e sento l'amico rallentare e bestemmiare sempre di più circa la solidità di quello che tira. 
Appena superato il tettino che occlude la nicchia in cui sono, lo vedo sopra di me fermarsi del tutto perché si trova davanti un salto di roccia rotta ed erbosa. La manovra con cui lo supera mi resta ignota ma dalla qualità delle sacramentazioni che pronuncia deduco che deve aver fatto qualcosa di azzardato. Dopo un po' mi giunge il richiamo e salgo staffando la concrezione per non sollecitarla oltre il dovuto e per sveltire la salita così, una volta uscito in aperta parete mi rendo conto che la placca che adduce alla sosta era una bella rogna, in quanto l'unico appiglio buono si muove e bisogna solo tenersi all'erba, inoltre non ci sono chiodi su cui fare affidamento. Arrivo alla sosta e, come da accordi, Moreno parte per il tiro successivo, che inizia con una specie di fessura per poi traversare a sinistra, fatto che si rivela un vero incubo: la roccia sembra compatta ma suona continuamente vuota, come una grancassa e tutti i chiodi sono piantati dentro delle lame precarie e su cui non bisogna assolutamente volare. Moreno avanza e sparisce alla mia vista ma è vicino e lo sento continuamente imprecare fino a quando arriva ad una fessura, completamente schiodata e fortemente aggettante. Il vento aumenta d'intensità e il cielo sopra di noi è sempre più cupo. Spero vivamente che ce la faccia perché in caso contrario sarebbe una bella rogna retrocedere, visti i forti strapiombi passati. Gli attimi diventano interminabili, quasi insopportabili, vedo in alto ricomparire il socio mentre ancora lotta con la fessura centimetro dopo centimetro e per fortuna dico in cuor mio che questo tratto non è toccato a me. Dopo parecchio tempo finalmente mi giunge la voce "sosta" e so che adesso la tribolazione è finita dopo tocca a me lungo la cresta finale dove sono certo che la parete si abbatta, senonché odo una bestemmia più fantasiosa della media provenire dalla direzione del compagno, seguita da un violento battere di acciaio. Solo dopo un po' di tempo mi giunge il richiamo di partire per il tiro. 
Salgo con circospezione, quantunque io proceda da secondo di cordata e traverso a sinistra verso un colatoio. La roccia è ingannevole e ovunque si sente solo il suono sordo di blocchi tenuti insieme dalla terra, quindi tutto quello che si trova è poco affidabile, specie un chiodo con cordino piantato proprio in una concrezione. Quando giungo nel colatoio capisco lo shock che ha vissuto Moreno: una corta fessura strapiombante da proteggere e su cui non si riesce a fare molta forza, che va a sommarsi alle precarie protezioni sottostanti. Salendo riesco a percorrerla in libera con un notevole sforzo e con movimenti che mi richiedono dei ragionamenti. E' un passaggio di forte impegno psicologico. Raggiungo Moreno e guardo la sosta: siamo su un nugolo di chiodi piantati ovunque, non esattamente un belvedere e Moreno mi dice che ha dovuto controllarli tutti perché non erano del tutto affidabili. Mi levo dai piedi in fretta e avanzo lungo la cresta finale, in apparenza solida ma composta di blocchi che devo tenere insieme finché salgo, compresa una clessidra che letteralmente mi resta in mano spostando un sasso. Non mi fermo e passo oltre velocemente. Quando arrivo alla prima robusta pianta è anche finita la corda; poco male, dovrò faticare poco nel recupero e alla fine anche Moreno mi raggiunge. Adesso siamo qui in vetta al Monte Tormeno finalmente fuori da un incubo precario di lame traballanti. 
La sera cala rapidamente ed è ormai buio pesto quando rientriamo alla macchina dopo la giornata appena passata. Solo adesso capisco l'origine del nome: Psychiatric Circus.

Difficile fessura gialla dopo la lama precaria

Il contro-traverso a destra

L'ostica fessura finale

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domenica 19 ottobre 2025

CHOPIN - Sonate

 CHOPIN

Sonate


Chopin, nell'arco della sua breve ma intensa esistenza, si è confrontato poche volte con le forme strumentali più estese e codificate (dove per estensione non si intende la mera durata in minuti), anzi per essere precisi solo sei volte, ossia nei due concerti per pianoforte e orchestra e nelle quattro sonate. D'altronde, egli non ha mai fatto mistero in nessun modo di preferire forme brevi e libere, che al massimo siano aderenti a forme musicali speicifiche come polacche, mazurke, ecc., rispetto invece a quelle invece più convenzionali e consolidate dalla tradizione.  
I due concerti per pianoforte e orchestra sono ormai universalmente conosciuti e sono eseguiti di frequente come pietre miliari del repertorio pianistico; invece le quattro sonate hanno ottenuto dei risultati altalenanti, tanto da lasciare titubante lo stesso compositore.
In questa disquisizione, non intendo andare ad analizzare nota per nota le sonate scritte da Chopin, di cui esistono già fiumi di inchiostro molto pregiati al riguardo, quanto piuttosto andare a vedere come il suo linguaggio e il suo pianismo si sono evoluti nel corso della sua vita, scontrandosi contro una forma di scrittura ben precisa e che veniva da quasi un secolo di tradizione. A differenza di molte altre raccolte di forme minori, la forma-sonata ha richiesto uno sforzo inventivo enorme a Chopin, a causa della mole di materiale musicale da inventare di sana pianta, fatto questo che in più di qualche occasione mette in difficoltà il compositore nella gestione complessiva dell'opera, salvo poi il trarsi d'impaccio in modo elegante, cercando di riportare il discorso musicale in un terreno a lui familiare. 
Le quattro sonate coprono tutto l'arco della vita di Chopin, la prima è l'op. 4, un pezzo di studio, con un forte senso di incompiutezza ma al tempo stesso molto sperimentale e con passaggi originali e fortemente drammatici, rarissimamente eseguita. La seconda sonata è l'op. 35, l'unica delle quattro ad essersi veramente imposta anche a chi di musica classica non ne capisce nulla, essendo stata utilizzata in innumerevoli cartoni animati e film, ed è la più originale delle quattro. La terza sonata è l'op. 58, una composizione matura, che vede Chopin cercare strade alternative e più polifoniche al suo pianismo solito. L'ultima, la quarta, è la sonata per pianoforte e violoncello dell'op. 65, un pezzo assai particolare, per non dire strano, di difficile interpretazione e ben di rado eseguita, che ha avuto una sorta di revival nell'era di Youtube e Spotifi

1) SONATA N. 1 OP. 4


La sonata op. 4 è, come accennato prima, un pezzo giovanile, fortemente sperimentale e di cui Chopin stesso non era mai completamente soddisfatto. Venne scritta da un compositore diciasettenne, tra il 1827-28 durante i suoi studi a Varsavia e il primo tentativo di pubblicazione fallì, per varie ragione a noi probabilmente ignote e comunque non importanti. La sonata venne pubblicata solo nel 1851 postuma, in quanto per tutti gli anni a venire della sua vita, Chopin non diede mai il consenso alla pubblicazione, proprio perché la considerava un qualcosa di posticcio. 
Innanzitutto, che cosa ha di così manchevole la sonata n. 1 da sparire dalla circolazione e dalle edizioni per un secolo e mezzo (non che oggi la si possa sentire così spesso, eh)? 
Probabilmente una notevole difficoltà di interpretazione dovuta ad un materiale tematico troppo denso ed eterogeneo, risultato di una commistione di esperienze musicali, non di Chopin, prese, mescolate e poi accostate in vario modo. Anche il pianismo di questa sonata, ossia la tecnica nuda e cruda con cui è stata scritta, è abbastanza incoerente, il che rende l'esecuzione piuttosto difficile, se paragonata alle sonate che seguono. Qui, infatti, Chopin passa da assecondare le melodie che reggono il discorso, ad introdurre effetti simil-orchestrali, a marcare i suoni con ottave pesanti, a ritornare ad ornare le melodie con effetti in modo abbastanza improvviso. Anche per i più grandi estimatori del polacco, questi fatti non devono aver stimolato troppo la voglia di studiare questo pezzo, ed è la probabile ragione che induceva il compositore a voler mettere ampiamente le mani allo stesso, cambiandone radicalmente l'impostazione, cosa che purtroppo non fece mai. 
Malgrado ciò, questa sonata contiene delle perle assolute, ossia dei momenti di lirismo, di innovazione armonica e di uso del linguaggio pianistico molto originali per l'epoca in cui fu scritta e che ritroviamo pari-passo in Schumann, Liszt e Alkan molto tempo dopo, oltre che nello stesso Chopin. 
La sonata è in quattro movimenti e in Do minore e già dall'apertura si sente subito che è qualcosa del tutto particolare. 
Il primo movimento è di chiara derivazione da Karl Maria Von Weber e basta ascoltare le sue quattro sonate per rendersi immediatamente conto che ci sono notevoli affinità, specie con la terza e la quarta. Oggi questi pezzi sono eseguiti assai di rado, ripresi saltuariamente da qualche amatore che ha esaurito tutto il repertorio usuale a disposizione e va cercando qualche novità, ma all'epoca erano ben conosciuti. Ritornando alla sonata in Do minore, il primo movimento si apre con una sorta di invenzione a due voci che definisce il tema principale senza però avere un chiaro secondo tema canonico contrastante col primo. Qui tutto resta nella tonalità di impianto, Do minore e quello che dovrebbe fungere da secondo tema, oltre ad arrivare immediatamente all'inizio del movimento, è costruito su elementi del primo, il che rende tutto quasi un unico flusso di coscienza, che si evolve, cambia, si gonfia e si sgonfia nell'intensità, senza mai uscire dal seminato. 

Inizio op. 4 Chopin
Inizio della sonata op. 4
Secondo tema op. 4 Chopin
Secondo tema


Ora, questa logica può avere benissimo un senso, ma è decisamente lontana dalla logica classica della forma-sonata in cui temi conduttori sono sostanzialmente due personaggi di una scena che va disegnandosi nella mente dell'ascoltatore; qui tutto è un unico monologo, un poco allucinato, che Chopin tiene al suo pubblico. 
Dando uno sguardo alla scrittura, la prima cosa che si nota è che il compositore ha l'horror vacui, non c'è un singolo istante che non sia riempito da un accordo o un abbellimento, sovente presi di salto, il che rende l'insieme un po' pedante. Infatti nelle sonate successive la scrittura si alleggerisce abbastanza e anzi asseconda il carattere dei temi stessi. 

Chopin op. 4
Momento di grande densità sonora

La sonata op. 4 è anche l'unica delle quattro sonate dove Chopin segna un indicazione di metronomo, indicando esplicitamente (almeno nella prima edizione) "Metronomo di Maelzel". Secondo gli studi del prof. Winters, le velocità indicate dal compositore farebbero riferimento ad un'oscillazione completa del pendolo con due battiti per ogni pulsazione, quindi tali indicazioni andrebbero lette a metà. Questo fatto comporterebbe che l'esecuzione della sonata duri un'ora, anziché la mezzoretta scarsa delle poche incisioni disponibili. Sarebbe interessante ascoltare cosa ne risulti, dato che al giorno d'oggi non siamo più abituati a tempi così dilatati e, probabilmente, la sonata acquisterebbe una fisionomia alquanto diversa. 
Il secondo movimento è un minuetto, l'unico scritto da Chopin, in Mi bemolle maggiore, molto sintetico e che ricorda da vicino alcuni movimenti delle sonate di Beethoven, come la n. 1, l'allegretto della n. 14 (Chiaro di Luna), ed altre. E' un movimento molto classico, abbastanza anonimo per gli standard del polacco ma che è impreziosito da una serie di piccoli abbellimenti, come arpeggi sulle doppie terze, che lo rendono gradevole e impegnativo nell'esecuzione. In questo minuetto Chopin cerca, in modo un po' ingenuo, di perseguire una forma di polifonia con dei piccoli giochi di imitazione tra mano destra e sinistra, senza però raggiungere dei veri risultati. Questo genere di composizioni infatti spariranno dai suoi orizzonti fino alla maturità, quando riproverà a percorrere la strada della polifonia, con risultati alterni. 

Minuetto op. 4 Chopin
Inizio del Minuetto

Il minuetto presenta un trio in Mi bemolle minore, come nella sonata n. 4 di Beethoven o nella sonata n. 49 di Haydn. Questo movimento è dunque una sorta di legame col classicismo, introdotto nella sonata come una sorta di movimento di distensione e contrastante col primo per carattere e scrittura.
Il terzo movimento, il Larghetto in La bemolle maggiore, è il vero grande "fallito" della prima sonata di Chopin, ossia un pezzo sperimentale che non troverà mai più riscontro in tutte le altre opere che egli darà alla luce. E' un pezzo in 5/4, misura particolare e che in questo primo ottocento non ha molti, anzi per niente, riscontri in altri compositori. La misura così particolare però, perde il suo effetto ritmico in quanto, primo è un movimento adagio, secondo è costituito da molto materiale eterogeneo volto a formare una specie di tema con variazioni, senza mai dichiarare l'intento apertamente e finendo improvvisamente proprio come era cominciato. Le fioriture in questo pezzo abbondano, anzi sovrabbondano evidenziando ancora una volta che lo Chopin giovane avesse il terrore degli spazi vuoti. 

Larghetto op. 4 Chopin
Tema del Larghetto

Per concludere, questo Larghetto ha una certa assonanza beethoveniana, specie con la sonata n. 12 op. 26, in La bemolle maggiore per l'appunto, il che lascia intendere che sia un esperimento per trasfigurare un pezzo di stile classico in qualcosa di nuovo, oltre ciò che il pubblico era abituato a sentire.
Il quarto movimento, intitolato "Finale" e di agogica Presto, è il più interessante e sviluppato dell'intera composizione, di chiara derivazione beethoveniana, in particolare dalle sonate n. 14 (op. 27 n. 2 "Chiaro di Luna") e n. 23 (op. 57 "Appassionata"). Questo è riscontrabile nei disegni di arpeggi ad "ondate" che sono tipici del finale del Chiaro di Luna, mentre, nel corso dello sviluppo, sono udibili i caratteristici accordi sincopati dell'Appassionata. Qui, Chopin ha voluto costruire un lungo movimento in forma-sonata, stavolta canonica, virtuosistico ed ha esplorato tutte le possibilità timbriche e tecniche che lo strumento gli consentiva di fare all'epoca, ottenendo un pezzo di grande difficoltà ed effetto (allora sicuramente, pure oggi fa la sua figura). Anche la costruzione dei temi, il primo in Do minore e il secondo in Sol minore per non interrompere la drammaticità del componimento, è di chiara ispirazione beethoveniana. 

Chopin op. 4 quarto movimento
Inizio del quarto movimento

Chopin op. 4 sincopi
Tratto degli accordi sincopati

Chopin op.4
Secondo tema

In conclusione, questa sonata, contrariamente a quanto si è sostenuto per molto tempo, non è un'opera di serie b, non meritevole di essere inclusa in edizioni e cataloghi (come purtroppo si legge in certe vecchissime edizioni), ma presenta tratti assai caratteristici con melodie di notevole bellezza e tratti tecnici assai interessanti. Certo, presenta ancora dei tratti acerbi, in rapporto allo Chopin che tutti conoscono, ma non abbastanza da ritenere inadeguata questa composizione. Purtroppo Chopin ha subito nel tempo un'opera di idealizzazione che lo ha portato ad essere il modello incarnato del romanticismo, ossia dell'uomo posto davanti al sublime e che contempla le forze inesorabili del mondo, parlando ai posteri in poesia, tutta una serie di sciocchezze invereconde che si credevano all'epoca ma che sono giunte a portare i posteri a censurare tutto ciò che non si confacesse a tale modello. Ne siamo vittime anche noi ascoltatori a due secoli di distanza, dimenticandoci invece di chi fosse l'uomo dietro le partiture di cui disponiamo.

2) SONATA N. 2 OP. 35


C'è poco da aggiungere alla sonata n. 2 di Chopin che non sia già stato scritto, comprese innumerevoli speculazioni gossippare circa l'origine della Marcia Funebre per un amore interrotto con una contessina polacca (anche se qualcuno oggigiorno sostiene che Chopin fosse gay, mah!). Pertanto, è meglio focalizzarsi su come questa sonata differisca notevolmente dalla precedente e perché essa sia diventata giustamente una pietra miliare del repertorio pianistico. 
Innanzitutto questa sonata arriva dieci anni e trentuno opere dopo la precedente, che nella vita di Chopin rappresentano un intervallo lunghissimo. Dopo due raccolte di studi, una di preludi, due concerti, due scherzi, rondò e polacche per pianoforte e orchestra, un trio e numerose mazurche e una ballata, finalmente egli si sente pronto a buttarsi ancora nella stesura di una sonata per pianoforte. Ovviamente sceglie ancora la forma derivata dalla sinfonia in quattro movimenti. 
Il primo movimento che viene scritto è la Marcia Funebre, oggi celeberrima per l'uso che se ne è stato fatto in innumerevoli occasioni, da Tom e Jerry a Don Camillo "monsignore ma non troppo", poi vengono scritti gli altri tre movimenti di contorno. Una volta, il mio maestro mi disse che la celebre melodia del trio della Marcia Funebre fosse tratto da un duetto di un'opera italiana, ma purtroppo negli anni ho scordato quale opera fosse e non ho più trovato riscontro. 
Ad ogni modo, la scrittura di questa sonata è radicalmente diversa dalla precedente, ridotta all'essenziale, sebbene non facile nell'esecuzione e con un rispetto maggiore della forma.
Il primo movimento, in Si bemolle minore con "Grave - Doppio Movimento", comincia con un grave di quattro battute che funge da introduzione al tema vero e proprio, lungo ed elaborato ma sostanzialmente a due voci, senza abbellimenti di sorta. 

Chopin op. 35 primo tema
Grave e primo tema

Questo tema è un febbrile pulsare di crome con un hochetus, un singhiozzo che le interrompe e conferisce loro un aspetto ritmico interessante e ben distinguibile. A questo concitato primo tema si affianca improvvisamente il secondo, in Re bemolle maggiore come vuole la consuetudine, completamente in contrasto col precedente, fatto di note lunghe, adagiato sul tempo con cui scorre il movimento salvo poi confluire in una coda abbastanza turbolenta, in cui andrebbero analizzati tutti gli accordi per vedere il grado di innovazione apportato qui dal compositore nell'ambito di ciò che si scriveva nel 1837 nel resto del mondo. 

Chopin op. 35 secondo tema
Secondo tema

Lo sviluppo, che vede i due temi combinati in modo arguto, ossia sovrapposti l'uno all'altro, è qui ridotto ad una mera transizione prima dell'arrivo della ripresa che rappresenta anche il momento culminante dell'intero movimento. La scrittura non cede mai alla tentazione di virtuosismi fine a se stessi, anzi resta sempre ridotta all'essenziale ed è sempre molto coerente. Questo primo movimento è il più innovativo in assoluto della sonata ed anche, secondo me, il più gradevole da sentire dei quattro perché sempre originale e poco pedante.
Il secondo movimento è uno scherzo, a cui Chopin non segna nemmeno un'agogica. E' uno scherzo per il suo tempo ternario ma assume le caratteristiche di una sorta di walzer dai toni grotteschi, in Mi bemolle minore e quindi abbastanza cupo, a cui contrasta nettamente il suo trio, in Sol bemolle maggiore, composto da una melodia resa stridente da un urto di semitono sempre messo in evidenza. Lo stesso trio è diviso in due fasi ben distinte, con la prima dominata da un canto su accompagnamento di accordi, mentre la seconda, più breve, con una risposta al basso, funge da breve intermezzo. 

Chopin op. 35 Scherzo
Inizio dello Scherzo

Trio dello Scherzo

Per lunghezza e complessità, questo Scherzo eguaglia il primo movimento, il che induce a pensare che Chopin lo abbia introdotto come seconda parte del primo movimento costituendo con esso il nucleo principale della sonata stessa (si noti che il primo movimento finisce in Si bemolle maggiore, che a sua volta è la dominante di Mi bemolle minore, quindi i due movimenti sarebbero idealmente legati). 
Il terzo movimento è la Marcia Funebre, che nella storia della musica si è imposta come canone di marcia funebre mettendo in disparte anche quelle scritte da Beethoven e di cui questa è diretta discendente, in tutto e per tutto. Ciò che la differenzia da quelle dell'illustre predecessore (la sonata op. 26 e la sinfonia n. 3 Eroica), a parte la melodia del trio, tutta chopiniana, è quel senso di tragica ineluttabilità che la pervade, che non lascia intravvedere speranza alla fine, senza finti eroismi. Contrariamente alla prima sonata, la scrittura pianistica resta qui assolutamente essenziale, ridotta al minimo indispensabile, con un'economia di mezzi quasi mozartiana, che però rappresenta anche il suo tratto comunicativo vincente.

L'inizio cupo della Marcia Funebre

Il quarto movimento, ancora una volta intitolato Finale, in "Presto", è forse il più scandaloso dei quattro, o almeno lo fu all'epoca della composizione. Si tratta di un moto perpetuo con le due mani all'unisono che eseguono un flusso continuo di terzine, in cui la melodia c'è ma è poco evidente e il tutto dà un senso come di indefinito e indefinibile. In verità, analizzando nota per nota il movimento, è possibile notare come il flusso si appoggi di volta in volta sulle tonalità toccate nel corso dei precedenti movimenti e che di volta in volta emergano delle note che richiamano le melodie già esposte, dando un senso di "dejà-vu" al pezzo e rendendolo coerente con il resto della composizione. Il pezzo termina improvvisamente contro un accordo di Si bemolle minore, tonalità di impianto della sonata, dichiarandone improvvisamente la conclusione oltre ogni ragionevole dubbio, senza eroismi e senza neppure momenti particolarmente memorabili.

Finale dell'op.35

Malgrado le diffidenze iniziale questa sonata era avanti di almeno un secolo, per l'epoca in cui fu scritta ma ebbe fortuna e finì per imporsi, giustamente nei repertori. Da questa emerge come il compositore abbia ormai imparato a piegare le forme ai suoi desideri, veicolando il suo messaggio del tutto personale anche a costo di destare scandalo negli auditori, pur rimanendo assai fiscale nei confronti delle forme codificate (molto più di Liszt e Schumann, tanto per fare due esempi). Questa sonata però rappresenta una tappa di passaggio, benché cara al compositore stesso, perché, non molto tempo dopo, rincara la dose.

3) SONATA N. 3 OP. 58


La sonata op. 58, sebbene sia separata da ventitré opere dalla precedente, in verità segue dopo poco tempo l'op. 35 (circa sei anni) ed è scritta di getto nel 1844 a Nohant, ed è un altro pezzo a cui Chopin tiene molto, visto che la menziona esplicitamente nelle sue lettere. Questa terza sonata è più "grassa" delle due che l'hanno preceduta, con uno sviluppo maggiore dei movimenti, una scrittura pianistica meno neo-classica, più evoluta e raffinata e del tutto personale, sempre nei canonici quattro movimenti. 
Il primo movimento, "Allegro Maestoso" in Si minore, è il preponderante dei quattro per lunghezza e complessità. In esso, Chopin sfoggia tutta la sua maestria in una specie di scrittura mista, che ancora non è una vera polifonia, o non completamente (non alla Bach per intendersi) ma che è comunque realizzata su più livelli, le voci, a volte ben distinguibili nel loro ruolo, altre volte in funzione timbrica. I due temi della struttura principale della forma-sonata sono, come nella precedente sonata, ben caratterizzati da un repentino cambio di scrittura: il primo tema, in Si minore, è turbolento, formato da episodi diversi e polifonico, il secondo tema è invece a due voci, un canto e un accompagnamento, in Re maggiore. 

Chopin op. 58 primo tema
Primo tema

Chopin op. 58 secondo tema
Secondo tema, si noti il cambio di scrittura

Entrambi questi temi, sebbene ad un primo impatto possano risultare monolitici e ben enunciati, formano più delle aree tematiche, con tanto di elaborati sviluppi interni, in cui il materiale inventato subisce delle variazioni, degli arricchimenti e abbellimenti (il secondo tema ha pure delle assonanze con la sonata n. 2 di Von Weber, nota al compositore). Dopo l'esposizione, con l'immancabile ritornello (in questo Chopin è anche più ligio di Beethoven nella forma), vi è un breve sviluppo in cui i due temi si combinano insieme a formare una sorta di crescendo che porta ad un punto culminante, una sorta di breve cadenza formata da un arpeggio in cui tutto il discorso si sospende e lascia spazio alla ripresa, che però avviene senza un riepilogo del tema in Si minore, ma solo del secondo, trasportato in Si maggiore. Questo fatto, ossia di non indugiare troppo nel modo minore e di lasciare più ampio spazio al tema più lirico, è l'abile mossa che Chopin mette in campo per scansare l'impegno di introdurre troppa roba nuova in un pezzo già ampio di suo e di mantenersi in un terreno a lui familiare, dove può dominare bene gli elementi da lui creati e cercando di essere il meno pedante possibile, esaurire troppo presto le idee. Dal punto di vista pianistico, questo primo movimento è difficile, complicato e lungo ma riserva anche delle soddisfazioni grazie alle numerose pause melodiche che sono di sicura presa nell'ascoltatore; inoltre Chopin gioca d'astuzia e pone come agogica un "Allegro Maestoso" proprio per ridurre l'impatto della volontà di certi virtuosi che altrimenti finirebbero per sminuire tutta l'architettura che tanto faticosamente ha costruito e diminuendo così la difficoltà complessiva.
Il secondo movimento è uno Scherzo, tipicamente alla Chopin, ossia una miniatura dei suoi quattro grandi scherzi per pianoforte, specie del n. 1 op. 20, caratterizzato proprio dai lunghi arpeggi che abbracciano la tastiera e che generano impressione negli altri grandi pezzi. 

Chopin op. 58 Scherzo
Inizio dello Scherzo col suo flusso costante e impetuoso di note

A differenza delle due sonate precedenti, qui lo Scherzo svolge realmente la sua funzione, è in Mi bemolle maggiore e "Molto vivace", un breve intermezzo allegro e virtuosistico che separa nettamente il primo turbolento movimento dal terzo che gli si contrappone. Questo scherzo ha un Trio in Si maggiore, che richiama vagamente il movimento precedente, dando un senso di ciclicità alla sonata. La scrittura dello Scherzo è molto scarna, ridotta all'essenziale, con i due ritornelli dove ci si concentra praticamente solo sugli arpeggi e con un accenno di polifonia nel Trio.
Il terzo movimento, "Largo" e in Si maggiore, parte subito con un'autocitazione dalla Polacca in Do# minore op. 26 n.1, che fa da introduzione al tema vero e proprio del movimento che in questo caso è un lungo notturno dove Chopin può sfoggiare il meglio di sé nell'invenzione melodica, creando un primo tema vivace ed abbellito a cui si contrappone una sezione centrale con un secondo tema scaturito da ampi arpeggi e che oscilla tra Mi maggiore e Sol# minore, ottenendo qualcosa di molto delicato e commovente, ancora più delicato della Marcia Funebre della sonata precedente. In questo movimento, probabilmente, Chopin tocca il vertice della sua arte come non lo aveva raggiunto da nessun'altra parte. 

Chopin op. 58 Adagio tema iniziale
Tema dell'Adagio con la citazione della Polacca.

Chopin op. 58 Adagio secondo tema

La parte B dell'Adagio in cui emerge il nuovo tema

Dopo la maestria sfoggiata nei primi tre movimenti, con la raffinatezza nella ricerca melodica e sonora che solo lui poteva permettersi, nel panorama musicale di allora (Liszt, Alkan e Brahms arriveranno molto dopo), giustamente ci vuole un momento "trash" che  ricordi a tutti che siamo ancora tra i comuni mortali, ed ecco arrivare il quarto movimento. Esso è un Rondò, in Si minore e in 6/8, introdotto da una sequenza di accordi in "Presto non tanto" prima di lasciare il posto al tema, "Agitato". Come viene eseguito attualmente, esso è un pezzo di notevole difficoltà, dove Chopin introduce ogni genere di ingarbuglio a lui noto pur di renderlo virtuoso, per esempio mettendo quartine all'accompagnamento ottenendo così delle poliritmie in tempo veloce, ampi arpeggi e poi passaggi difficili da diteggiare, salti, chi più ne ha più ne metta. Il punto è che il risultato complessivo, anziché essere drammatico, suona più come una canzone da osteria, quasi come a cantare improvvisamente "e mi, e ti e Toni..." dopo una lunga serie di madrigali appassionati e struggenti, con tanto di dame in lacrime. Probabilmente, e il condizionale è d'obbligo, ha ragione il prof. Winters anche in questo caso, ossia questa musica è stata concepita per essere tutta complessivamente più lenta e più rubata di come la eseguiamo noi oggi, altrimenti questo movimento sarebbe del tutto estraneo al resto della composizione (a meno che non sia uno di quei rari momenti d'umorismo di Chopin, ma dubito). Ad ogni modo, si tratta di un Rondò che, dopo la breve introduzione, ha tre riprese o ritornelli, del tema in Si minore, seguiti da degli sviluppi virtuosistici nel modo maggiore che gli si contrappongono. 

Chopin op.58 Finale
Inizio del Rondò col tema del ritornello

Ad ogni iterazione aumentano anche le difficoltà, fino alla coda brillante che conclude l'intera sonata. E' plausibile che in questo finale Chopin non abbia voluto tentare di replicare il gioco fatto con la sonata precedente ed abbia optato per una soluzione più tradizionale, puntando tutto sulla coerenza formale, piuttosto che sul risultato finale; infatti, esaminando con cura il materiale utilizzato in questo Rondò, ci sono veri richiami ai movimenti precedenti, contribuendo a costruire un ciclo unico di questa sonata. Tuttavia, pare che alla fine si sia reso conto lui stesso che avrebbe potuto fare di meglio, perché prima di morire darà alle stampe la sua ultima opera, che gli costerà un lungo lavoro, parecchie correzioni e che risulterà così complessa e avanguardista che non potrà nemmeno suonarla per intero al pubblico ma che forse è il risultato che ha cercato per tutta la vita, vale a dire la quarta sonata, quella col violoncello.

4) SONATA PER VIOLONCELLO E PIANOFORTE OP. 65


Non passa molto tempo dalla precedente sonata, poco più di un anno, che Chopin si butta a scriverne un'altra, complice l'amicizia col violoncellista Franchomme che lo introduce alle delizie di questo strumento. Sono gli anni 1845-46, egli da alla luce gli ultimi ma assolutamente esemplari lavori quali la Polacca-Fantasia, i due ultimi notturni e delle mazurke. Sebbene completata nel 1846, questa sonata deve avere ancora una lunga gestazione prima di vedere la sua forma definitiva nel 1847, anno della pubblicazione. E' un periodo molto difficile per Chopin, che non ha mai avuto un fisico erculeo, infatti la sua salute peggiora notevolmente e dopo questa sonata solo qualche mazurka e un canto polacco vedranno la luce, senza peraltro essere pubblicati prima della morte del compositore. 
Questa sonata, come lo sono le ultime opere di vari compositori, rappresenta una situazione molto rara ma che sovente accade ad alcuni individui particolarmente sensibili. Come abbiamo visto nel corso di questa disquisizione, Chopin ha avuto per tutta la vita il problema di confrontarsi con forme musicali ampie, codificate (quindi ben riconosciute dal pubblico dell'epoca) e restrittive, che in un qualche modo mettevano in gabbia il suo talento creativo. La prima volta ci si è buttato a capofitto, mischiando insieme vari autori e ricavandone un risultato diseguale nel valore; la seconda volta ha proceduto per sottrazione, ha eliminato le ridondanze e ha estratto un capolavoro utilizzando un linguaggio classico però che peccava questa volta di essere troppo sintetico; la terza volta ha piegato la forma musicale adattandola ai componimenti in cui lui si sentiva ormai maestro, ottenendo un'opera grandiosa ma ancora non del tutto soddisfacente, specie nel finale. Adesso il tempo comincia a stringere, la malattia di Chopin si aggrava ma c'è il tempo di tentare un'ultima volta a scrivere una sonata, più ardita delle precedenti, che riunisca tutto quello che ha sperimentato in precedenza. Per di più c'è anche un altro strumento, con il quale si può instaurare quel dialogo polifonico che egli ha ricercato a lungo nelle composizioni precedenti. Il risultato va oltre quello che Chopin abbia mai raggiunto fino a quel momento, un'opera talmente personale e all'avanguardia che è come se avesse dato uno sguardo oltre la vita stessa e sia tornato indietro per cercare di raccontarlo. Ci sono altri casi, come accennato prima, in cui l'ultima opera di un compositore è qualcosa di talmente estranea ai tempi, tale da risultare sgradevole e incomprensibile per i secoli a venire, salvo poi esercitare una forte attrazione e un senso di smarrimento a coloro che invece ne colgono il significato, molto a posteriori. E' l'esempio di: Bach con la sua "Die Kunst der Fugue", rimasta peraltro incompiuta; Beethoven con il suo quartetto per archi op. 135; Mahler con la sua Decima Sinfonia, peraltro incompiuta; Liszt con le ultime composizioni sacre; Chopin, per l'appunto, con la sua sonata op. 65. Ciò che accomuna queste ultime composizioni è che tutte, ma proprio tutte, dopo un inizio abbastanza tormentato, terminano con un senso di pace e distensione da essere quasi irreale.
Tornando all'op. 65, ancora una volta la sonata è in quattro movimenti con la consueta disposizione primo-Scherzo-Adagio-finale. 
Il primo movimento, "Allegro moderato" in 4/4 in Sol minore, vede l'enunciazione del tema al pianoforte che fa anche da introduzione, prima di una breve cadenza che lascia spazio all'intervento del violoncello. 

Chopin op. 65 Tema
Introduzione dell'op. 65, primo tema


In questo movimento Chopin riesce a realizzare, grazie al secondo strumento, quel dialogo tra due personaggi in scena, fatto di imitazioni, controcanti e scambi che tante volte aveva cercato di realizzare al solo pianoforte. L'insieme del movimento è molto complesso, scritto su quattro grandi "ondate" in cui il clima si ravviva per poi, come se la musica s'infrangesse contro degli scogli immaginari, lasciare ogni volta il posto alla quiete. E' difficile in questo movimento dire esattamente dove finisca il primo tema e dove cominci il secondo, Chopin non usa la consueta relazione minore - relativo maggiore per scriverli, entrambi sono in Sol minore, il primo tema, quello iniziale, lungo e calmo, lascia poi il posto al ben più agitato secondo tema, che arriva improvvisamente e senza un vera e propria transizione, con un incipit in La bemolle maggiore, salvo poi riportarsi a Sol minore mediante un lungo sviluppo in cui trova sfogo la tensione accumulata dall'arditezza delle armonie e dal dialogo molto serrato tra violoncello e pianoforte. 

Chopin op. 65, primo tempo
Climax nella prima area tematica

Chopin op. 65 secondo tema
Passaggio al secondo tema


Più che di un secondo tema, si può parlare di una seconda area tematica che si contrappone al monolitico primo tema e che da sola traina l'intero movimento. Il primo tema interviene invece in fase di chiusura degli episodi che compongono questo primo movimento, che ha uno sviluppo brevissimo, quasi cadenzale, prima di lasciare il posto alla ripresa scritta in forma canonica, alla Beethoven per intendersi, e che si conclude sul primo tema in Sol minore con una coda burrascosa. Finalmente, in questo primo e difficile movimento, Chopin riesce nell'intento di creare l'equilibrio tra la forma canonica e le sue personali invenzioni, soprattutto pianistiche, che messe assieme formano uno spettacolo in cui i personaggi mettono in scena le loro forti passioni, senza perdere la loro identità. Ci sono molte cose che rendono questo movimento innovativo, ma analizzarle nel dettaglio renderebbe questa breve trattazione un dinosauro!
Il secondo movimento è uno Scherzo in Re minore, in cui il virtuosismo fine a se stesso viene abbandonato per lasciare spazio al dialogo serrato tra pianoforte e violoncello. Le due parti A dello Scherzo, che si potrebbero chiamare ritornelli, sono in Re minore, mentre il Trio è in Re maggiore, più lento e con un cantabile struggente del violoncello, quasi fosse un lied. Questo scherzo, per la sua semplicità e per il forte contrasto che si viene a creare tra le sezioni, si potrebbe quasi accostare a quello della sonata op. 35 o allo Scherzo n. 4 op. 54.

Chopin op. 65, Scherzo
Scherzo

Trio op. 65
Trio dello Scherzo


Il terzo movimento, "Largo", in 3/2 e Si bemolle maggiore, è breve e difficilmente classificabile, è quasi un ritorno alle origini dell'op. 4, ossia un breve movimento di intermezzo prima di lasciare il posto al finale, che però mantiene la sua coerente semplicità dall'inizio alla fine. La struttura di questo terzo movimento non è immediatamente visibile ma si tratta di un breve notturno, in forma tripartita A-B-A in cui il tema è formato da un soggetto e un controsoggetto alternati tra pianoforte e violoncello. Si tratta di un breve intermezzo, uno stacco nel marasma di agitazione che pervade l'intera sonata.

Chopin op. 65, Largo
Largo della sonata op. 65

Il quarto movimento, come sempre "Finale" - Allegro in 2/2, torna al cupo Sol minore con uno stato di tensione inusuale nella musica di Chopin. Il movimento che questa volta il compositore pone a coronamento della sua cattedrale musicale è una delle sue opere più complesse, seppur di non lunga durata. Innanzitutto si tratta di un movimento in forma-sonata in cui il primo tema è formato da un elemento melodico ben riconoscibile, è ricavato accostando frammenti tematici del primo movimento, con l'aggiunta di numerose fioriture; a questo segue una zona di sviluppo della melodia. Codesto insieme va a formare un'area tematica in Sol minore che costituisce l'idea portante del movimento, ovviamente costruita con un dialogo serrato tra pianoforte e violoncello, quasi fosse un fugato. Quando l'energia di questo inizio si placa, entra il secondo tema, in Do minore, di carattere opposto al precedente, una semplice melodia al violoncello accompagnata da accordi del pianoforte che acquista vigore via via e che viene chiuso da una coda in Do maggiore, assaggio di ciò che verrà dopo. In questo movimento, sviluppo e ripresa sono fusi insieme, infatti il primo tema rientra immediatamente e viene sviluppato con maggiore enfasi prima del riepilogo anche del secondo tema, questa volta in Re minore, seguito da un lungo episodio virtuosistico in cui i due strumenti si fondono in un unico canto. Alla fine del movimento c'è una lunga coda conclusiva in Sol maggiore, che funge da prosecuzione del secondo tema ma che infonde una sensazione di profonda serenità e ritrovata gioia dopo un lungo e tormentato percorso.

Chopin op. 65 Finale
L'inizio del Finale col tumultuoso tema in Sol minore

Chopin, secondo tema del Finale op 65
Secondo tema del Finale


La coda in sol maggiore


Con questa sonata, Chopin ha finalmente trovato il suo equilibrio, i movimenti tracciano un ciclo in cui dramma e poesia non occupano più spazio del dovuto. Finalmente egli è riuscito a costruire la sua "cattedrale" sonora con la polifonia che per tanto tempo aveva cercato di impadronirsi. La sorte ha voluto però che questa sonata, così elaborata e sofferta, sia stata per lungo tempo l'opera più ignorata del compositore polacco e tutt'oggi non è molto presente nei repertori da concerto, un vero peccato se si considera che rappresenta il coronamento della carriera di musicista di Chopin prima della sua prematura dipartita.

In conclusione a quanto esaminato  in precedenza, autori romantici come Chopin hanno provato ad adattare la forma-sonata, forma tipicamente settecentesca, ad un nuovo modo di sentire e di fare musica, con la precisa volontà di rompere col passato pur senza cestinare ciò che era stato fatto. In questa fase così delicata, ossia quando Chopin scrive l'op. 4, la sovrapposizione tra il classicismo degli anni napoleonici e pre-rivoluzione e il nuovo gusto borghese sono ancora sovrapposti e si nota fin da subito che le forme codificate del passato stanno assai strette alle nuove generazioni di musicisti. Ciononostante, il passato non viene del tutto abbandonato ed etichettato come vecchio, barbarico e superato, ma trasfigurato in qualcosa di nuovo e il lungo studio che Chopin ha condotto sulla forma-sonata lo dimostra. 
Le quattro sonate di Chopin sono dei capolavori, purtroppo non tutte apprezzate in egual misura ma che dimostrano come negli anni il distacco che si frappone tra mondi diversi diventi sempre più veloce e radicale. Se si ascoltano tutte le sonate di Mozart, tutte le suite di Bach e tutte le sonate di Beethoven, si nota una certa uniformità nella scrittura, con un aumento dell'audacia armonica e tecnica solo andando negli ultimi anni dei compositori. In Chopin invece l'evoluzione è rapida e cerca fin da subito una sua individualità rispetto a qualunque modello del passato, segno che il mondo sta accelerando la sua corsa verso il progresso e che, dopo gli sconvolgimenti della Rivoluzione Francese e delle Guerre Napoleoniche, nulla è più lo stesso e il mondo non ha più lo stesso ritmo di prima. 


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